Il carnevale, coincide con il periodo di tempo immediatamente antecedente al giorno delle Ceneri, ovvero il primo giorno di Quaresima; così detto dalla pratica cattolica di imporre un po’ di cenere sulla fronte dei fedeli in segno di penitenza.
Il carnevale, può considerarsi sinonimo di mascherate, periodo sentito maggiormente dai più piccoli, ma ciò non esclude i grandi di età che si sentono “eterni Peter Pan ” o per lo meno coloro che hanno ancora molta voglia di scherzare e divertirsi.
Si nasconde la propria identità dietro una maschera, ed è questo che darebbe il coraggio di fare cose, che non avresti mai fatto.
La vera tradizione aveva come aspetto principale il puro divertimento che una rumorosa mascherata poteva apportare non solo alle maschere ma a tutta la gente del Paese.
Da ciò si capisce che non c’erano stravaganti maschere, maschere importanti ma si andava solo alla ricerca di qualcosa che avrebbe nascosto la fisicità, e avrebbe nascosto il volto o solo coperto lo sguardo. Il massimo sarebbe stato vestire i panni delle maschere in assoluto: arlecchino, pulcinella, colombina, pantalone….
Comunque trucchi, giacche rivoltate, cappelli, scialli, semplici mascherine, ampie gonne, pantaloni, erano l’abbigliamento e gli accessori consueti per rendersi irriconoscibili.
Muniti di buste e di spirito di divertimento era d’obbligo portare il baccano nelle case dei vicini e dei perfetti sconosciuti.
Si faceva il giro del Paese, bussando per le case in attesa che qualcuno li avrebbe fatti entrare.
I loro balli,le grida e il baccano, venivano ricambiati con piccoli doni che il padrone di casa offriva.
Il suono della cupa cupa antico strumento musicale realizzato con un brandello di pelle, un coccio e una cannuccia, accompagnava questo testo in dialetto, usuale canto con cui le maschere facevano il loro ingresso nelle case della gente.
Agghjj saput ca sì accis’ u puorc’
uè,la patròn’,nan fà’ u muss’ stuort’.
Stoch cantann’ a l’arj d’ l’ stell’,
la cas’ è iert’ e la pàtron’ è bbèll’.
All’ar-jj kiòv’ fort’ fort’
ialz-t’, patron’e japr-m’ la port’.
All’ar-jj kiòv’ e kiov’ a stizz’ a stizz’,
ialz -t’, patròn’e pigghjj la salzizz’.
A cupa, a cupa, vegn’ da Saliern’,
la salzizza tòvv’ vol’ fà’ li vierm’.
Stoch cantann’ app-ggiat’ ò muraglion’,
ialz-t’patròn’ e pigghjj ù b-tt-gliòn’.
Stoch cantann’ sop’ a’ na frònna d’acc’,
ialz-t’ patròn e pigghjj ù sanguinacc.
Stoch cantann”m-bont’a’ na f-rcin’,
la patròna me l’agghjj-a fa r-ggìn’.
Stoch cantann’ ass-ttat’ a nu’ c-ppòn’,
ù patrun mì l’agghjj-a fà baròn.
Cara Ninella, Ninuccia, Ninnà,
si nan m’ japr’ la port’
jji nan m’ n’ voch da qua.
‘A cupa mè je r-nz-lòs,
jji nan m’ n’ voch da qua,
si nan m’ da’ na còs.
Terminato il canto, era d’obbligo la domanda: “ a ci sit fil “, “ a ci apprtnit “?
Unico modo per dare una identità alla persona mascherata.
Tanto che nella maggior parte dei casi l’abbigliamento del primo giorno di Carnevale, non poteva essere nuovamente usato, perché ormai riconoscibile.
Quando il giro era terminato, il ricavato (soldi, salsiccia, caramelle, cioccolate…..) veniva diviso equamente tra i mascherati del gruppo.
I festeggiamenti in maschera terminavano ogni anno con un rito propizio,la rottura da’ p-gnat’, tipico contenitore in terracotta riempito di dolciumi.
Altra usanza tipica associata alla tradizione , era quella di bruciare il fantoccio “Carnval‘”, modo per indicare la fine del carnevale, e di sostituirlo con un altro pupazzo di stoffa, “Quaremm‘”, ad indicare l’inizio del periodo di Quaresima.
Fortunatamente in generale gli aspetti del carnevale di un tempo ancora oggi i ragazzini se li portano dietro.
Anche i grandi partecipano a mantenere vive le tradizioni con la tradizione culinaria del martedì grasso.
La differenza di epoche e tutto ciò che ne concerne è un aspetto evidente, dato che non si può evitare di notare il business che ci circonda nei periodi di festa.
Ecco così la vendita sul mercato di una stragrande varietà di maschere, che fanno andare in tilt i bambini , a seguito della viziosa capacità che ha la tv, di proporre ininterrottamente dei miti, che i bambini fanno propri e che il mondo del business sfrutta, rendendo vittime ì genitori.
Anche lo spirito, è cambiato, prima c’era tanta attesa .
Con la scelta di far rientrare nelle nostre festività anche quella americana di Hollewen, che prende gli usi del nostro carnevale, lo spirito del carnevale, ha già un primo accenno, il 31 ottobre, non avendo più il suo primato non ha sicuramente più il significato di un tempo.
Se non fosse per i bambini, che attendono comunque questo periodo, e per la voglia dei Grottolesi di essere sempre in festa, il carnevale, con la sua sfilata in maschera, con i suoi carri, con le sue urla, con i suoi balli, con i suoi scherzi , con le burle, si sarebbe perso nella monotona vita di tutti i giorni.
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“Viest’ ‘u c-ppòn’ ca d-vent’ baròn’”
Vesti un ciocco e diventerà un barone. L’abito fa il monaco.
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