Il progetto di realizzazione della centrale a biomasse di Grottole, presentato alla regione Basilicata dalla GEB Power Ltd., è solo l’ennesimo scellerato e spropositato tentativo di attacco che il nostro territorio sta subendo.

Dalla Fenice al Mercure, da Nord a Sud ogni lembo di questa regione è ormai preda della“bramosia”energetica internazionale. Multinazionali russe, inglesi, francesi, italiane, tutte all’assalto delle molteplici risorse del territorio lucano, tutti adeguatamente attrezzati di promesse di sviluppo e occupazione, tutti retoricamente attenti alla riduzione dell’impatto e al monitoraggio costante.

Intanto però i dati dicono altro: le acque, i suoli e l’aria che i lucani respirano risultano sempre più pericolosamente inquinate; le nostre preziose falde irrimediabilmente contaminate, i nostri suoli dimenticati siti d’interesse nazionale. Parlano chiaro i rapporti sulla salute della nostra regione: non tende a smorzarsi l’impennata che la curva di incidenza dei tumori registra negli ultimi anni, come riscontrabile dai dati forniti dal Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute - Istituto Superiore di Sanità. www.tumori.net/it/banca_dati/query.php

L’impianto di Grottole da 14 MW elettrici di potenza (circa 50 MW termici), una volta in esercizio dovrebbe bruciare circa 120 000 tonnellate di paglia e cippato all’anno, a detta dei proponenti, reperibile nel “famoso” raggio dei 70 km. Una quantità impressionante di balle stipate su fumanti tir arriverà ogni giorno a contrada Matina Soprana. Un volume di traffico netto di circa 40 tir al giorno, 1 ogni 15 minuti, porterà in centrale dalle vicine campagne di Puglia e Basilicata una cosa come 220 000 balle all’anno.

Qui, la prima grande preoccupazione: dove troveranno tutta questa paglia?

Le indicazioni molto sommarie ed approssimative che la GEB Power riporta nell’inventario delle Biomasse allegato al progetto, non danno certezze in merito! L’attuale scenario agricolo, oltretutto, non è così roseo come la società proponente sostiene. Le aziende del settore secondo l’ultimo censimento in agricoltura stanno diminuendo e soprattutto le produzioni cerealicole, sottomesse all’ incerto futuro delle integrazioni comunitarie, non godono di prospettive rassicuranti.

Ed allora, siamo sicuri che l’enorme griglia vibrante brucerà solo paglia e cippato?

Il dubbio è fortemente supportato dalla normativa vigente che anche in Basilicata, come a livello nazionale (Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387), equipara le biomasse al CDR (combustibili derivati da rifiuti) e al CSS (combustibile solido secondario). Una perplessità, ulteriormente avvalorata, dal fatto che talvolta, l’unica modalità per rendere economicamente vantaggiosi questi tipi di impianto è appunto quella di trasformarli in giganteschi inceneritori.

È chiaro a tutti che tra pagare per acquistare paglia, difficile da reperire, da stoccare e da bruciare ed esser pagati per smaltire rifiuti, quest’ultima ipotesi risulta di gran lunga la più vantaggiosa per un soggetto privato che deve far profitto. Si progetta un’opera con tutti i crismi di rinnovabilità e di compatibilità, si prendono i soldi dei certificati verdi, ma quello che poi si brucia spesso cambia in corso d’opera.

Il sito previsto, molto prossimo al confine con la Puglia è a circa 10 km dagli abitati di Grottole, Grassano e Irsina, praticamente a ridosso di quel che resta del borgo rurale di Santa Maria d’Irsi. Nel raggio di 20 km ci sono anche Matera, Gravina, Tricarico, città comunque interessate, in termini di emissioni e quindi di risvolti sulla salute umana, dalla costruzione dell’impianto. Dal camino di 40 metri, verranno emessi nell’aria che questi 70000 cittadini respireranno, diverse tipologie di inquinanti: inquinanti convenzionali, quali monossido di carbonio, ossidi di azoto e inquinanti meno convenzionali, quali polveri sottili, formaldeide, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, diossine.

In particolare, per quanto riguarda le polveri sottili (le più pericolose per la salute umana), la stessa GEB fa pericolosamente notare che ‘In merito al particolato atmosferico il Dlgs n. 155 del 13 agosto 2010 introduce un valore limite annuale per la protezione della salute umana di 25 μg/m3 relativo alla frazione PM2.5. Per tale frazione di particolato non sono attualmente disponibili misure. Tuttavia, è possibile osservare come i valori di media annua per il PM10 (di cui il PM2.5 costituisce una frazione) sono di per sé inferiori a tale valore limite e consento pertanto di estendere il giudizio di non criticità della qualità dell’aria nel territorio anche alla frazione PM2.5’.

In loco non ci sono dati disponibili, si procede quindi nell’ambito dell’incertezza, approssimando su una questione critica per la salute come ampiamente sostenuto da istituti nazionali (Commissione nazionale per l’emergenza inquinamento atmosferico) e sovranazionali ( Commissione Europea e Organizzazione Mondiale della Sanità).

La combustione inoltre, produrrà una quantità enorme di ceneri, seconda la stessa società, circa 1,6 tonnellate all’ora di ceneri pesanti e 0,35 tonnellate di leggere; il tutto da conferire a discarica. Di questo in letteratura si legge che ‘tra i problemi derivanti dalla combustione delle biomasse, c’è il livello di tossicità delle ceneri ed in particolare delle ceneri volanti raccolte dai filtri di depurazione dei fumi. Questi risultano contenere alte quantità di cadmio, cromo, rame, piombo e mercurio’ (Demirbas 2005). In merito vi consigliamo la lettura del documento: http://unosidistraealbivio.wordpress.com/no-alla-centrale-abiomasse/documentazione/3/

Altra carenza riscontrata nel progetto è la mancata considerazione dell’interferenza che l’impianto avrebbe in termini di emissioni con opere simili, già funzionanti o in via di realizzazione, nell’area circostante. Manca, infatti, la sovrapposizione e la correlazione degli effetti sulla salute umana che la centrale produrrebbe in combinazione ad esempio con il cementificio di Matera, già ridotto ad inceneritore da diversi anni e posto a meno di 15 chilometri da quest’ultimo. Ed ancora, quale sarebbe l’interazione con le centrali di Stigliano, Bernalda, Tricarico e con tutti gli altri impianti in fase di realizzazione in ValBasento?

Inoltre, a pochissimi chilometri di distanza dalla centrale in progetto, si trova la diga di San Giuliano, oasi del WWF. La centrale, molto prossima al torrente Basentello (affluente del Bradano), insiste sullo stesso bacino idrografico della diga e quindi dell’oasi, con conseguente pericolo per le biodiversità in esso presenti.

Altro nodo spinoso della faccenda è quello che riguarda il calore, la sua produzione, gli effetti sul territorio ed il suo mancato utilizzo. Il calore sviluppato nella caldaia, potrebbe, ad esempio, essere parzialmente recuperato ed utilizzato mediante sistema di teleriscaldamento per riscaldare l’equivalente di un paese di 9000 abitanti. Ma, teleriscaldamento e profitti non sembrano andare troppo d’accordo. Il calore dissipato, inoltre, è protagonista di un altro problema, quello cioè di fungere da acceleratore del processo di desertificazione. L’area in oggetto è già particolarmente esposta a tale fenomeno e la costruzione della centrale contribuirebbe ad esaltarne la fragilità.

Di osservazioni e critiche ce ne sarebbero tante da fare e non certo le faremo mancare nelle sedi opportune! Siamo altrettanto convinti che le comunità interessate sapranno far sentire la propria voce con durezza e decisione, con o senza il sostegno degli amministratori locali, come già avvenuto al bivio di Tricarico_Grassano, ad Irsina per la turbogas, in difesa dei beni comuni e del futuro di queste terre.

Un futuro che parli di riduzione dei consumi, di riciclo e riuso, di differenziata porta a porta, di emancipazione dalle fonti fossili e di idrogeno, di geotermia e solare, in definitiva di un nuovo modello di sviluppo in grado di salvaguardare il territorio tutelando la salute dei cittadini.

Infine, vorremmo concludere con una proposta in grado di coniugare sostenibilità e occupazione, autosufficienza energetica e riduzione delle emissioni, quella cioè di un impianto di cogenerazione a biomasse di piccola taglia, inferiore al megawatt. Un piccolo impianto gestito da una società fatta dai cittadini, in cui ci lavorano cooperative costituite dagli stessi cittadini, che senza mettere a repentaglio la propria salute producono calore ed elettricità per le proprie case.

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