È notizia di questi giorni che lo scienziato a cui il 10 dicembre verrà consegnato a Stoccolma il Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia è un italiano: Mario Capecchi. Il prestigioso riconoscimento, che andrà anche a Martin Evans ed a Oliver Smithies, che hanno collaborato a questo importante lavoro, premia una ricerca, svoltasi negli USA, sulle cellule staminali embrionali effettuate su topi. I relativi esperimenti portano alla “creazione” di animali geneticamente modificati e si prefiggono di trovare soluzioni a malattie purtroppo comuni, che vanno dal diabete all’ipertensione, all’Alzheimer, al cancro. Gli oggetti di questi esperimenti, i topi appunto, vedono “tagliato” un proprio gene, nel senso che il gene che gli scienziati vogliono stuScienzadiare viene diviso e fra le parti vengono interposti frammenti di DNA: in questo modo il gene diventa impotente.
Il Nobel a Capecchi è stato accolto in Italia, come sempre accade, fra entusiasmo e polemiche. L’orgoglio nazionale, infatti, non è servito ad evitare reazioni, anche aspre, all’interno del mondo politico. Si è sollevato l’ormai famoso problema dell’ “esodo dei cervelli”, facendo leva sulla mancanza di fondi, di strutture e di leggi che non permette di svolgere studi del genere in Italia. A riguardo, basti pensare che la maggior parte degli scienziati italiani che hanno ricevuto un Premio Nobel hanno effettuato le proprie ricerche negli Stati Uniti, come è accaduto, per esempio, per Renato Dulbecco e Rita Levi- Montalcini.
In Italia,inoltre, non sono solo le leggi a vietare questo tipo di esperimenti, ma la stessa opinione pubblica, che associa la ricerca sulle staminali a manipolazioni del tutto estreme, come la clonazione. Secondo gli scienziati molto influisce la Chiesa cattolica, ma le speranze non mancano, soprattutto fra gli scienziati stessi, che sperano in un’apertura della mentalità del popolo italiano ed in una possibilità di dialogo con la Chiesa. Capecchi, a tal proposito, si affida non tanto alle istituzioni quanto ai singoli individui anche ai più devoti, appellandosi al loro “dovere morale di battersi per curare chi già vive e soffre e non solo chi non è mai nato”.
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“L’acqua lòrd’ va ‘nnanz, chera plìt’ ven’ drèt’.”
L’acqua sporca va avanti, quella pulita viene dietro. Si fa presto a dir male di una persona: ci vorrà del tempo prima di accorgersi che si trattava di pettegolezzi.
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