Di fronte ad un panorama culturale pressato da altri scenari di rilevanza prendo come iniziativa la stesura di questo articolo che deve ridare voce ad un momento storico ammutolito, non sapendo se il suo destino era questo o se qualcuno si è impegnato a cambiarlo. Voglio abbattere le barriere fisiche, andando alla ricerca di qualcosa che nei tempi passati rivestiva significati che oggi avrebbe dato molto al di là di una pur lodevole, ma generica azione promozionale ,parlo dell’artigianato nel nostro Paese. Bastava interrogare o solo conservare il passato , quel passato delle arti e dei mestieri per far risalire il giovane alle sue vere radici e origini. Soltanto così potremmo meglio comprendere la storia dell’evoluzione che non è scritta solo dagli eroi e dalle loro gesta altisonanti ma anche e soprattutto da piccoli e tenaci figure della quotidianità locale passata Per fortuna che abbiamo i nonni!!! Ho avuto la volontà di far riappropriare di un giusto valore la memoria che ho di un noto ma ormai scomparso “attore “nella produzione della ceramica, sicuramente dimenticato da chi poteva fare qualcosa, per rendere motivata la consapevolezza che noi abbiamo bisogno anche dei vecchi valori e delle tradizioni.
La persona di cui sto parlando è EMANUELE RONDINONE o meglio ricordato come “ MANUEL’ U’ FRNACIAR’ ” . Aveva la sua piccola bottega sotto le fornaci. Ho un bellissimo ricordo anche se molto lontano, lui aveva già una modesta età ma era sempre molto sorridente e molto disponibile, magari con la convinzione un giorno di poter fornire un abilissimo discepolo. Si dice che il maestro non vuole tanti operai intorno a se, per evitare di far conoscer ad altri i segreti del mestiere. Lui non era così.
Un giorno, i maestri delle elementari decisero di fare una lezione proprio da lui . Entrati nella botteghina era molto percepibile la tenerezza che emanava la sua persona e la sua arte tutto assumeva un linguaggio espressivo e decorativo. Raccontò che quel suo lavoro o quella sua passione aveva origine antiche. Innanzitutto la motivazione che li spingeva a fare questa attività era la necessità di assicurarsi un lavoro autonomo e creativo con la quale poter vivere dato che le condizioni dei tempi passati non davano varie vie di sostentamento.
A Grottole, già dopo la metà dell’ottocento, operava Vincenzo Scarano. Raggiunta la vecchiaia avviò all’arte suo genero Nicola Rondinone che alla sua morte prese le redini della bottega. Il figlio Emanuele, già da piccolo iniziò a lavorare la creta e a dare forma ai primi vasi con il tornio. Affiancò alle sue grandi capacità tecniche, successivamente anche l’invenzione di un nuovo tipo di fornace con una camera di cottura con l’apertura sagomata ed altezza d’uomo, verticalizzata a forma di birillo. Nelle precedenti fornaci, locale di cottura degli oggetti di terracotta, creta, argilla e vari….I mastri fornaciari dovevano spingersi sin dentro la camera di fuoco. Lui ovviò a questo inconveniente dato che nei forni erano molto alte le temperature e quindi abbastanza pericolosi. Come artista aveva una grande capacità di padroneggiare la materia informe e di darle forme con il suo tornio , significanze e funzioni, dal vaso come suppellettile al vaso che aveva il suo utilizzo in cucina. In una cornice molto rupestre di color terra dato che la sua bottega era stata ricavata da uno scavo fatto proprio nella terra , massima espressione di un’arte primitiva. Era un fornaciaio e i suoi manufatti erano realizzati con l’argilla e magari ricoperti con vernice.
Il nostro territorio aveva una modesta quantità di elemento argilloso che stesso lui raccoglieva principalmente nel periodo primaverile ed estivo, dato che poi l’inverno lavorava all’interno della sua bottega. I suoi lavori erano piacevoli e raffinati e belli soprattutto i vasi, i piatti, “ a’ spas’ ” grande piatto dove mangiava una intera famiglia , scodelle “U ‘rzzul ‘, brocche per l’acqua e il vino, “U ‘cucm’, a “ lucern’ “, “ l ‘ pgnat’ ”, “ u’ pdal’”, “ l’ tied’ d’ iret’ “, ” l’ ciarl “, a “quartarol’ “ , utensili da cucina. Da quel giorno sono andata a ritrovarlo. Mi dispiace tanto che è stato dimenticato proprio dal suo Paese. Il suo lavoro di artista lo ha continuato sino al giorno della sua morte a molto più di ottant’ anni. Chiedo a chi ne ha le competenze di fare qualcosa, di rivalutare oggi la sua arte e la sua bottega chiusa alle rovine del tempo. Non annulliamo l’arte locale e tanto meno non scordiamo chi ha dedicato tutta la vita ,recuperare le tradizioni, contribuirebbero a dare un senso ad un Paese che vive solo del quotidiano non essendo capace di valorizzare le proprie ricchezze.
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“Pèqura pasc’ e campana sòn.”
La pecora pasce e la campana suona. Il tempo passa e non si conclude nulla.
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